Relazioni autentiche e connessione emotiva tra due persone

Relazioni autentiche e benessere psicologico

Perché alcune relazioni ci fanno stare bene e altre ci lasciano più soli di prima?

Le relazioni autentiche ci permettono di sentirci accolti, compresi e liberi di essere noi stessi.

Ci sono persone con cui possiamo parlare per ore senza sentirci davvero ascoltati e altre con cui bastano poche parole per sentirci finalmente a casa.

La differenza non è sempre nella quantità di tempo trascorso insieme, né nella frequenza con cui ci sentiamo. A volte dipende da qualcosa di più sottile: da come ci sentiamo quando siamo con quella persona.

Possiamo essere circondati da persone e sentirci comunque soli. Come abbiamo visto nell’articolo Soli anche in mezzo agli altri: perché abbiamo bisogno di sentirci connessi?, la solitudine non dipende necessariamente dall’assenza di relazioni, ma anche dalla qualità dei legami che viviamo.

Ed è proprio da qui che nasce una domanda: cosa rende una relazione autentica e davvero significativa per il nostro benessere psicologico?

Perché alcune relazioni sembrano nutrirci, mentre altre ci lasciano svuotati?

Avere qualcuno accanto non significa sentirsi in relazione

Essere circondati da persone non significa necessariamente sentirsi visti, compresi o accolti.

Possiamo avere amici, familiari, colleghi o un partner con cui condividiamo molto tempo e, allo stesso tempo, sentire di non poter mostrare davvero ciò che pensiamo o proviamo.

Una relazione significativa, infatti, non si misura soltanto dalla sua durata o dalla frequenza dei contatti. Conta anche la qualità dell’esperienza che viviamo al suo interno.

Ci sentiamo liberi di parlare?

Possiamo esprimere un bisogno senza temere di essere giudicati?

L’altra persona si interessa realmente a ciò che stiamo vivendo, oppure ascolta soltanto per rispondere?

Sono domande semplici, ma aiutano a distinguere la presenza fisica dalla connessione emotiva.

Una relazione può diventare una base sicura

Secondo la teoria dell’attaccamento di John Bowlby, le relazioni significative possono offrire una base sicura da cui esplorare il mondo e a cui tornare nei momenti di difficoltà.

Una base sicura non è una persona che risolve ogni problema al posto nostro. È qualcuno con cui possiamo sentirci sufficientemente al sicuro da poter essere vulnerabili, chiedere aiuto e, allo stesso tempo, mantenere la nostra autonomia.

Nelle relazioni adulte, questa esperienza può tradursi nella sensazione di poter contare sull’altro senza dover rinunciare a se stessi.

Sapere che qualcuno c’è non elimina necessariamente le difficoltà. Ma può cambiare il modo in cui le affrontiamo.

Quando ci sentiamo sostenuti, possiamo avere più energie per esplorare, sperimentare e affrontare ciò che ci spaventa.

Essere presenti non significa necessariamente esserci

A volte una persona è fisicamente accanto a noi, ma emotivamente distante.

Altre volte, invece, non è presente nel momento in cui accade qualcosa, ma riesce comunque a farci sentire importanti e considerati.

La ricerca di Harry Reis e Shelly Gable sulla responsività percepita mostra quanto sia importante sentirsi compresi, valorizzati e sostenuti dall’altra persona.

Non conta soltanto ciò che qualcuno fa oggettivamente. Conta anche il significato che attribuiamo a ciò che fa.

Una persona può darci molti consigli, ma lasciarci con la sensazione di non essere stati ascoltati.

Un’altra può limitarsi a dire: “Capisco perché per te sia stato difficile”, e permetterci di sentirci finalmente riconosciuti.

Essere responsivi significa, in questo senso, riuscire a sintonizzarsi con l’esperienza dell’altro.

Non è necessario avere sempre la soluzione giusta. A volte è sufficiente esserci davvero.

Le relazioni influenzano anche il modo in cui viviamo le emozioni

Le relazioni non incidono soltanto sul nostro umore del momento. Possono influenzare anche il modo in cui interpretiamo e regoliamo le nostre emozioni.

Mario Mikulincer e Phillip Shaver hanno studiato a lungo il rapporto tra attaccamento adulto, regolazione emotiva e benessere psicologico.

Quando ci sentiamo al sicuro in una relazione, possiamo avere maggiore libertà di riconoscere ciò che proviamo senza doverlo immediatamente nascondere, controllare o minimizzare.

Questo non significa che una relazione debba eliminare le emozioni difficili.

Significa poterle attraversare senza sentirsi completamente soli.

Una persona importante può aiutarci a dare un nome a ciò che proviamo, a ridimensionare una minaccia percepita o semplicemente a restare accanto a noi mentre attraversiamo un momento complicato.

Anche imparare a chiedere aiuto fa parte di questo processo.

Una relazione nutriente non è soltanto quella in cui possiamo stare male

Quando pensiamo al sostegno emotivo, spesso immaginiamo una persona che ci consola nei momenti difficili.

Ma una relazione significativa non serve soltanto a condividere il dolore.

La ricerca di Shelly Gable sulle risposte alle esperienze positive mostra che anche il modo in cui gli altri reagiscono alle nostre gioie può influenzare la qualità del legame.

Raccontare una buona notizia e ricevere entusiasmo, interesse e partecipazione può rafforzare la sensazione di essere importanti per qualcuno.

Al contrario, sentirsi ignorati, sminuiti o accolti con indifferenza può farci percepire una distanza emotiva.

Una relazione nutriente, quindi, non è soltanto quella in cui possiamo piangere.

È anche quella in cui possiamo ridere, festeggiare, raccontare un progetto o condividere qualcosa che ci rende felici senza sentirci eccessivi, inopportuni o fuori posto.

Relazioni autentiche: essere sé stessi senza dover continuamente recitare

Per sentirci davvero in relazione con qualcuno, abbiamo bisogno di poter essere sufficientemente noi stessi.

Carl Rogers ha descritto l’autenticità come la possibilità di essere congruenti con la propria esperienza interna: riconoscere ciò che proviamo, pensiamo e desideriamo, senza dover costruire continuamente un’immagine diversa di noi.

Nessuno è autentico in ogni momento. Tutti ci adattiamo ai contesti, scegliamo cosa condividere e modifichiamo il nostro comportamento in base alle situazioni.

L’autenticità non significa dire tutto, sempre e a chiunque.

Significa non dover tradire continuamente se stessi per essere accettati.

In una relazione sicura possiamo sentirci liberi di dire “non sono d’accordo”, “questa cosa mi ha ferito”, oppure “in questo momento ho bisogno di stare da solo”.

Possiamo mostrare anche aspetti meno ordinati, meno brillanti o meno sicuri di noi senza temere che ogni vulnerabilità possa mettere a rischio il legame.

E se non sapessimo ancora chi siamo?

Essere autentici, però, presuppone almeno in parte la possibilità di riconoscere ciò che sentiamo e desideriamo.

Non è sempre così semplice.

Alcune persone sono cresciute imparando soprattutto ad adattarsi alle aspettative degli altri. Hanno imparato a essere disponibili, comprensive, affidabili o “brave”, ma possono fare fatica a distinguere ciò che desiderano davvero da ciò che pensano di dover desiderare.

In questi casi, la domanda “Che cosa vuoi?” può essere sorprendentemente difficile.

Non perché manchino necessariamente desideri o bisogni, ma perché non è stato facile imparare ad ascoltarli.

Conoscersi non significa trovare una volta per tutte la propria identità, come se dentro di noi esistesse una risposta definitiva da scoprire.

L’identità si costruisce anche nel tempo e nelle relazioni, attraverso esperienze, scelte, cambiamenti e confronti con gli altri.

Una relazione sicura può diventare uno spazio in cui sperimentare ciò che ci piace, ciò che ci mette a disagio, ciò che ci fa sentire rispettati e ciò che invece ci allontana da noi stessi.

Anche una relazione può aiutarci a conoscerci meglio.

Possiamo accorgerci di sentirci tranquilli quando possiamo esprimere un’opinione, di avere bisogno di maggiore spazio, oppure di stare bene accanto a qualcuno che non ci chiede continuamente di dimostrare qualcosa.

In questi momenti, uno spazio di consulenza psicologica può rappresentare un’opportunità per fermarsi, esplorare la propria esperienza e iniziare a fare maggiore chiarezza su di sé.

Non per ricevere risposte preconfezionate.

Ma per imparare, gradualmente, a riconoscere le proprie emozioni, i propri bisogni, i propri valori e ciò che si desidera costruire.

Conoscersi, infatti, non significa avere tutte le risposte.

Significa sviluppare la curiosità necessaria per continuare a cercarle.

Quando una relazione ci lascia più soli di prima

Non tutte le relazioni che ci fanno soffrire sono necessariamente negative, così come non tutte le difficoltà indicano che un legame debba finire.

Anche nelle relazioni sane possono esserci incomprensioni, conflitti, momenti di distanza o bisogni diversi.

La differenza può emergere nel modo in cui queste difficoltà vengono affrontate.

Una relazione può diventare logorante quando ci sentiamo costantemente giudicati, svalutati o costretti a nascondere parti importanti di noi.

Può essere difficile stare bene in un legame in cui dobbiamo sempre dimostrare di meritare attenzione, evitare qualsiasi disaccordo o occuparci delle emozioni dell’altro dimenticando le nostre.

A volte il problema non è soltanto ciò che l’altra persona fa.

È anche ciò che noi impariamo a fare per mantenere quella relazione: tacere, compiacere, anticipare continuamente i bisogni altrui o rinunciare ai nostri confini.

Quando accade, possiamo sentirci soli anche stando insieme a qualcuno.

Una relazione sana non è una relazione perfetta

Una relazione sana non è priva di conflitti.

Non significa essere sempre d’accordo, comprendersi al primo tentativo o non ferirsi mai.

Significa poter affrontare le difficoltà senza che ogni conflitto diventi una minaccia alla relazione.

Significa poter chiedere scusa, cambiare idea, esprimere un limite e provare a riparare quando qualcosa si rompe.

Anche la capacità di riparare è importante.

Nessuno riesce a essere sempre attento, disponibile o responsivo. Ma una relazione può mantenere la propria qualità quando esiste la possibilità di riconoscere ciò che è accaduto e ritrovare, almeno in parte, una connessione.

La sicurezza non nasce dalla perfezione.

Nasce dalla possibilità di tornare in relazione dopo un momento di distanza.

Appartenere senza perdere se stessi

Sentirsi parte di una relazione è un bisogno umano fondamentale.

Ma lo è anche poter scegliere, avere uno spazio personale e mantenere un senso di autonomia.

La Self-Determination Theory di Edward Deci e Richard Ryan individua proprio nella relazione e nell’autonomia due bisogni psicologici fondamentali, insieme al bisogno di sentirsi competenti.

Una relazione può farci sentire accolti senza diventare una gabbia.

Possiamo avere bisogno degli altri senza dover dipendere completamente dalla loro approvazione.

Possiamo condividere la nostra vita con qualcuno senza smettere di coltivare interessi, amicizie, valori e progetti personali.

Appartenere non significa fondersi. Significa poter essere in relazione senza perdere il contatto con se stessi.

La qualità delle nostre relazioni è anche una forma di cura

Le relazioni significative non sono un elemento decorativo della nostra vita psicologica.

Influenzano il modo in cui affrontiamo le difficoltà, interpretiamo noi stessi e immaginiamo il futuro.

Questo non significa che il benessere dipenda interamente dalle persone che abbiamo accanto.

Abbiamo anche risorse individuali, capacità di adattamento, possibilità di scelta e responsabilità nel modo in cui costruiamo i nostri legami.

Ma le relazioni possono rappresentare un contesto importante di protezione e crescita.

A volte una persona ci aiuta a sentirci più forti, altre volte ci offre uno spazio in cui possiamo finalmente smettere di esserlo. E, altre volte ancora, ci permette di scoprire qualcosa di noi che da soli non avevamo ancora avuto modo di vedere.

Una riflessione da portare con sé

Forse una relazione significativa non è quella in cui non ci sentiamo mai soli, ma quella in cui possiamo dire di esserlo senza vergogna.

Quella in cui possiamo mostrare una parte fragile senza doverla nascondere.

Quella in cui la nostra gioia trova spazio, così come la nostra fatica.

E forse vale la pena chiederci non soltanto:

“Quante persone ho nella mia vita?”

Ma anche:

“Come mi sento quando sono con loro?”

“Posso essere me stesso?”

“Mi sento ascoltato, rispettato e libero di crescere?”

Perché il benessere psicologico non nasce soltanto da quanto siamo circondati.

Nasce anche dalla possibilità di sentirci realmente in relazione.

Approfondisci la bibliografia→

Articoli simili