Si può imparare a sentirsi al sicuro, anche dopo aver avuto paura?
Quando la paura passa, ma il corpo continua a sentirsi in pericolo
La paura è un’emozione fondamentale, presente fin dalle prime fasi della vita. Ha una funzione importante: aiutarci a riconoscere una possibile minaccia e a prepararci a proteggerci.
Quando percepiamo un pericolo, infatti, non cambia soltanto ciò che pensiamo. Cambiano anche il nostro corpo, la nostra attenzione e il nostro modo di reagire.
A volte la paura finisce, ma il corpo sembra non saperlo ancora.
Il pericolo è passato, la situazione è cambiata, magari sono trascorsi mesi o anni. Eppure basta qualcosa di apparentemente innocuo — un tono di voce, un luogo, una sensazione, una situazione che ricorda ciò che è accaduto — perché dentro di noi si riaccenda un senso di allerta.
La mente può dirci: «Adesso non c’è più niente da temere».
Ma il corpo può continuare a comportarsi come se fosse ancora necessario proteggersi.
Perché succede?
E soprattutto: è possibile imparare nuovamente a sentirsi al sicuro?
Sapere di essere al sicuro non significa sentirsi al sicuro
Possiamo sapere perfettamente che una situazione non rappresenta più un pericolo e, allo stesso tempo, continuare a provare paura, tensione o bisogno di stare in guardia.
Non è necessariamente una contraddizione.
Ciò che sappiamo attraverso il pensiero e ciò che il nostro organismo riconosce come sicuro non sempre procedono alla stessa velocità.
Le esperienze che viviamo, soprattutto quelle caratterizzate da paura intensa o da una minaccia prolungata, possono lasciare tracce nel modo in cui percepiamo ciò che accade intorno a noi e nel modo in cui il nostro organismo si prepara a reagire.
Per questo, a volte, capire che siamo al sicuro non è ancora sufficiente per sentirci al sicuro.
La paura è anche un’esperienza del corpo
Quando percepiamo una minaccia, non è soltanto il pensiero a cambiare.
Il battito può accelerare, la respirazione modificarsi, i muscoli tendersi, l’attenzione restringersi. Il corpo si prepara all’azione prima ancora che possiamo formulare consapevolmente una spiegazione di ciò che sta accadendo.
La paura, quindi, non è soltanto qualcosa che pensiamo: è un’esperienza che coinvolge corpo, emozioni e processi cognitivi.
È anche attraverso queste esperienze che impariamo a riconoscere ciò che può essere pericoloso e ciò che invece possiamo affrontare senza doverci proteggere.
In questo senso, quando parliamo di apprendimento non dovremmo immaginare soltanto il cervello che “memorizza” qualcosa.
Impara l’intero organismo.
Il corpo può continuare a proteggersi anche quando il pericolo è passato
Questo diventa particolarmente evidente dopo esperienze molto intense o traumatiche.
Una risposta che in un determinato momento è stata utile può continuare a riattivarsi anche quando le circostanze sono cambiate.
Non perché il corpo “non abbia capito” che il pericolo è finito.
Piuttosto, perché ha imparato che essere pronti a reagire può essere importante per la propria sicurezza.
È una forma di apprendimento protettivo.
Il problema nasce quando questa risposta rimane attiva anche in situazioni che non richiederebbero più lo stesso livello di allerta.
È come se l’organismo avesse imparato una regola molto importante:
«Meglio essere prudenti. Meglio prepararsi prima che sia troppo tardi.»
E una regola appresa attraverso esperienze forti non si modifica semplicemente dicendosi che non serve più.
Ma allora il corpo può imparare qualcosa di nuovo?
Sì.
Il nostro organismo non è immutabile. Le esperienze successive possono modificare ciò che abbiamo imparato in precedenza.
Questo non significa cancellare la paura o eliminare il ricordo di ciò che è accaduto.
Significa piuttosto aggiungere nuove informazioni all’esperienza.
Un luogo che prima sembrava pericoloso può diventare gradualmente familiare.
Una relazione può rivelarsi diversa da quelle vissute in passato.
Una situazione che una volta sembrava ingestibile può essere affrontata senza che accada ciò che temevamo.
Esperienza dopo esperienza, il nostro sistema può incontrare qualcosa di nuovo:
«Questa volta non è successo quello che mi aspettavo.»
È attraverso la ripetizione di esperienze sufficientemente sicure che ciò che abbiamo imparato può essere, nel tempo, aggiornato.
Il corpo e la mente non sono due mondi separati
La ricerca sulle emozioni ha contribuito sempre più a mettere in discussione una separazione netta tra ciò che accade nella mente e ciò che accade nel corpo.
Antonio Damasio, attraverso il concetto di marcatori somatici, ha evidenziato il ruolo degli stati corporei nei processi emotivi e nelle decisioni. Le nostre esperienze non vengono quindi elaborate come informazioni puramente astratte: ciò che viviamo è intrecciato anche alle modificazioni del corpo e al modo in cui le percepiamo.
Anche le prospettive che hanno posto l’accento sulla regolazione fisiologica e sulla percezione della sicurezza, come quella proposta da Stephen Porges con la teoria polivagale, hanno contribuito a portare l’attenzione sul rapporto tra stato corporeo, emozioni e percezione dell’ambiente.
È importante, però, non trasformare queste prospettive in una spiegazione unica di fenomeni complessi.
Il punto che possiamo raccogliere è più semplice: quando viviamo un’esperienza, non è soltanto la nostra parte “razionale” a imparare qualcosa. Il modo in cui il corpo reagisce e ciò che sentiamo partecipano a quell’apprendimento.
Anche le relazioni possono insegnare sicurezza
C’è poi un altro elemento fondamentale: le persone.
Gran parte di ciò che impariamo sulla sicurezza nasce nelle relazioni.
Essere ascoltati senza essere giudicati.
Trovare qualcuno che rimane presente quando siamo in difficoltà.
Scoprire che possiamo dire di no senza perdere una relazione.
Sperimentare che un conflitto non significa necessariamente abbandono.
Sentirci accolti anche quando siamo vulnerabili.
Sono esperienze apparentemente semplici, ma possono diventare informazioni importanti per il nostro modo di stare nel mondo.
Anche per questo una relazione sicura non significa soltanto “sentirsi bene” con qualcuno.
Può diventare un’esperienza attraverso cui impariamo, poco alla volta, che non tutto ciò che è nuovo è necessariamente pericoloso e che possiamo attraversare alcune esperienze difficili senza essere sopraffatti.
Quando la paura è stata un trauma
Dopo un’esperienza traumatica, questo processo può essere particolarmente complesso.
Il trauma non riguarda soltanto ciò che ricordiamo dell’evento. Può riguardare anche il modo in cui quell’esperienza ha modificato il nostro senso di sicurezza, le nostre aspettative e le nostre risposte davanti a ciò che percepiamo come minaccioso.
Per questo una persona può continuare a sentirsi in pericolo anche quando, razionalmente, sa che quel pericolo non esiste più. Questo può alimentare anche il rimuginio, sopratutto quando la mente cerca continuamente di capire, prevedere o evitare ciò che è accaduto.
E questo non significa che sia debole, che non abbia “superato” quello che è successo o che non abbia abbastanza controllo su se stessa.
Significa che una parte del suo sistema di protezione ha imparato qualcosa in un contesto nel quale sentirsi al sicuro non era possibile.
Per cambiare questo apprendimento possono servire tempo, relazioni sicure e nuove esperienze. E, quando le difficoltà sono importanti, può essere necessario anche un percorso psicoterapeutico.
Imparare di nuovo
Forse, allora, imparare a sentirsi al sicuro non significa dimenticare di aver avuto paura.
Non significa convincersi che ciò che è accaduto non sia stato importante.
E nemmeno significa obbligarsi a stare tranquilli.
Significa poter fare, nel tempo, nuove esperienze sufficientemente sicure, fino a permettere anche al corpo di incontrare una realtà diversa da quella che aveva imparato a temere.
La sicurezza non è soltanto qualcosa che possiamo comprendere.
È qualcosa che possiamo sperimentare.
E a volte, proprio attraverso nuove esperienze, il nostro organismo può imparare che ciò che un tempo era pericoloso non lo è più.
Che possiamo abbassare la guardia.
Possiamo respirare.
Che possiamo tornare a sentirci, poco alla volta, a casa dentro di noi.
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