Soli anche in mezzo agli altri: perché abbiamo bisogno di sentirci connessi?
Stare soli non significa sentirsi soli
Solitudine e relazioni possono essere più legate di quanto pensiamo. Sentirsi soli, infatti, non significa necessariamente essere soli.
Ci sono momenti in cui stare da soli è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno. Possiamo desiderare il silenzio dopo una giornata intensa, goderci una serata per conto nostro, avere bisogno di uno spazio proprio.
E questa non è necessariamente solitudine.
La solitudine di cui parliamo qui è un’altra cosa.
È quella sensazione che può comparire anche quando abbiamo diverse relazioni: amici, una famiglia, un partner, colleghi con cui parlare, eppure sentiamo che manca qualcosa.
Non necessariamente qualcuno.
Una connessione.
Ma perché sentirci connessi agli altri è così importante per il nostro benessere? E perché per alcune persone sembra più difficile fidarsi, lasciarsi avvicinare o sentirsi davvero parte di una relazione?
Per comprenderlo dobbiamo tornare indietro. Molto indietro.
Solitudine e relazioni: perché abbiamo bisogno degli altri?
Essere in relazione non è una caratteristica comparsa recentemente nella nostra storia.
Siamo una specie profondamente sociale. Per gran parte della nostra storia evolutiva, vivere insieme agli altri ha significato poter contare sulla collaborazione, sulla protezione e sulle risorse del gruppo. Il bisogno di relazione, quindi, non è qualcosa che impariamo semplicemente crescendo: fa parte della nostra storia evolutiva.
Ma c’è qualcosa di ancora più importante.
Nasciamo dipendenti dagli altri.
Un neonato umano non è in grado di procurarsi autonomamente ciò di cui ha bisogno. Per molto tempo dipende dalla presenza di altre persone per essere nutrito, protetto e aiutato a regolare stati emotivi che non è ancora in grado di gestire da solo.
La vicinanza, quindi, non è soltanto qualcosa che ci piace.
È qualcosa a cui il nostro organismo è profondamente sensibile.
Questo aiuta a comprendere perché la disconnessione dagli altri possa essere un’esperienza così dolorosa.
Ma questo non significa che abbiamo bisogno di essere continuamente circondati da persone. Il bisogno di connessione e quello di autonomia possono, e devono, convivere.
Anzi, la loro relazione è molto più interessante di quanto possa sembrare.
La prima esperienza di connessione: l’attaccamento
Qui entra in gioco l’attaccamento, il sistema motivazionale che, nella teoria sviluppata da John Bowlby, porta il bambino a cercare la vicinanza di una figura di riferimento soprattutto quando si trova in una condizione di bisogno, paura o difficoltà.
Quando trova una risposta sufficientemente sensibile e prevedibile, può gradualmente costruire un’aspettativa fondamentale:
Quando ho bisogno, qualcuno può esserci.
Questa esperienza contribuisce alla costruzione di quella che Bowlby ha definito base sicura.
Ma cosa significa realmente?
Significa avere una figura verso cui poter tornare quando il mondo diventa troppo grande, troppo difficile o troppo minaccioso.
E proprio qui troviamo un’apparente contraddizione:
la base sicura non serve a tenerci fermi. Serve a permetterci di andare.
Una base sicura per poter andare lontano
Un bambino non diventa autonomo perché smette improvvisamente di avere bisogno dell’altro.
Diventa progressivamente autonomo anche perché, attraverso relazioni sufficientemente sicure, può sperimentare di essere capace di affrontare il mondo.
La figura di attaccamento rappresenta una base da cui partire per esplorare e a cui poter tornare quando qualcosa diventa troppo difficile.
Il bambino può allontanarsi, giocare, conoscere, fare tentativi, sbagliare e riprovare.
E sapere che esiste qualcuno a cui tornare rende l’esplorazione più possibile.
La sicurezza non impedisce l’esplorazione. La rende possibile.
Questo rapporto tra bisogno di sicurezza ed esplorazione può essere letto anche attraverso la prospettiva dei sistemi motivazionali interpersonali, sviluppata in particolare da Giovanni Liotti.
Il nostro comportamento non è guidato da un unico bisogno di stare con gli altri. Esistono diversi sistemi motivazionali che orientano il nostro modo di entrare in relazione: tra questi, il sistema dell’attaccamento, quello dell’esplorazione e altri sistemi coinvolti nell’accudimento, nella cooperazione e nella competizione.
Quando ci sentiamo minacciati, il sistema dell’attaccamento può diventare prioritario e portarci a cercare vicinanza e protezione.
Quando invece ci sentiamo sufficientemente al sicuro, possiamo rivolgere nuovamente le nostre energie verso il mondo: esplorare, imparare, sperimentare, cooperare, costruire.
È difficile esplorare quando siamo impegnati a cercare sicurezza.
Ed è proprio qui che possiamo comprendere qualcosa di importante anche sull’autonomia.
L’autonomia non nasce dall’assenza di legami. Può nascere dalla possibilità di avere una base sufficientemente sicura da cui partire.
Quello che impariamo sulle relazioni
Le prime relazioni non determinano per sempre il nostro modo di vivere i rapporti, ma possono contribuire a costruire delle aspettative su noi stessi e sugli altri.
Possiamo imparare che chiedere aiuto è possibile, che mostrare un bisogno non significa necessariamente essere rifiutati, che gli altri possono essere affidabili e che possiamo allontanarci senza perdere il legame.
Ma possiamo anche imparare qualcosa di molto diverso: che è meglio non aspettarsi troppo dagli altri, che per essere amati bisogna adattarsi, che mostrare le proprie fragilità può essere rischioso o che avvicinarsi troppo può fare male.
Queste esperienze contribuiscono alla costruzione di modelli interni di relazione e possono essere associate a differenti modalità di attaccamento, che influenzano il modo in cui gestiamo la vicinanza, la distanza, la fiducia e il bisogno di rassicurazione.
Una persona può, per esempio, essere particolarmente sensibile ai segnali di rifiuto e cercare frequentemente conferme nella relazione.
Un’altra può sentirsi più al sicuro mantenendo una certa distanza e facendo soprattutto affidamento su sé stessa.
Altre persone possono vivere la vicinanza con maggiore tranquillità, riuscendo più facilmente a chiedere sostegno senza percepire la dipendenza come una minaccia.
Ma è importante non trasformare tutto questo in etichette.
Uno stile di attaccamento non è una diagnosi e non definisce una persona una volta per tutte.
Quando il modo di proteggerci diventa un ostacolo
Molte delle strategie che sviluppiamo nelle relazioni hanno avuto, in qualche momento, una funzione di protezione.
Se abbiamo imparato che gli altri non sono sempre disponibili, potremmo diventare molto attenti ai segnali di distanza.
Se abbiamo imparato che mostrare un bisogno non porta necessariamente a ricevere una risposta, potremmo imparare a non chiedere.
Nel caso in cui abbiamo sperimentato relazioni imprevedibili, potremmo avere più difficoltà a fidarci.
E così possiamo ritrovarci, da adulti, a desiderare profondamente una relazione e contemporaneamente avere paura di ciò che comporta avvicinarsi.
Oppure possiamo convincerci di non avere bisogno di nessuno, proprio quando avremmo bisogno di sentirci sostenuti.
Una strategia che un tempo ci ha aiutato a proteggerci può diventare poco utile quando il contesto cambia.
Non perché ci sia qualcosa di sbagliato in noi.
Ma perché continuiamo a utilizzare una modalità che abbiamo imparato molto tempo prima.
Perché a volte scegliamo persone che non ci fanno stare bene?
A questo punto può nascere una domanda:
Perché alcune persone sembrano ritrovarsi continuamente nelle stesse dinamiche relazionali?
Non esiste una risposta unica. E sarebbe semplicistico dire che il nostro stile di attaccamento ci porta inevitabilmente a scegliere “le persone sbagliate”.
Tuttavia, il modo in cui abbiamo imparato a vivere le relazioni può influenzare ciò che ci aspettiamo, ciò che notiamo nelle relazioni e il significato che attribuiamo ai comportamenti degli altri. (Zhang et al., 2022).
E qualche volta ciò che ci è familiare può risultare più facilmente riconoscibile.
Questo non significa che ciò che è familiare sia necessariamente ciò che ci fa bene.
Né significa che siamo destinati a ripetere il passato.
Significa piuttosto che entriamo nelle relazioni con una storia alle spalle, e quella storia può influenzare il modo in cui leggiamo ciò che accade.
Essere circondati non significa sentirsi connessi
Forse è proprio qui che possiamo comprendere meglio la differenza tra avere relazioni e sentirsi in relazione.
Possiamo avere molti amici e sentirci soli. Avere una relazione di coppia e sentirci soli.
Possiamo parlare ogni giorno con decine di persone e non avere nessuno davanti al quale sentirci veramente liberi di essere noi stessi.
La solitudine, quindi, non dipende soltanto dalla quantità di persone che abbiamo intorno.
Può essere legata alla percezione di non essere visti, compresi o accolti. Ci manca la sensazione di essere davvero in relazione con qualcuno, di poter essere visti, compresi e ascoltati. E anche questo che rende una relazione autentica diversa dalla semplice presenza degli altri.
Per questo possiamo sentirci soli anche in mezzo agli altri.
A volte non ci manca la presenza di qualcuno.
Ci manca la sensazione di essere davvero in relazione con qualcuno.
Possiamo imparare nuovi modi di stare in relazione
Se le nostre esperienze hanno contribuito a costruire il nostro modo di stare con gli altri, questo non significa che quel modo sia immutabile.
Nel corso della vita possiamo incontrare persone con cui sperimentiamo fiducia, reciprocità e disponibilità.
Possiamo imparare a riconoscere meglio i nostri bisogni e a comunicarli. Scoprire che mostrare vulnerabilità non porta necessariamente al rifiuto. Possiamo anche accorgerci che alcune relazioni che abbiamo considerato “normali” per molto tempo non sono necessariamente quelle di cui abbiamo bisogno.
E, quando necessario, la psicoterapia può offrire uno spazio nel quale osservare questi schemi, comprenderne la storia e sperimentare modalità differenti di stare in relazione.
Il nostro passato può contribuire a spiegare il modo in cui stiamo nelle relazioni. Non deve necessariamente decidere come ci staremo in futuro.
Forse la solitudine non ci chiede sempre “chi mi manca?”
Forse quando ci sentiamo soli, la domanda non è necessariamente:
“Come faccio ad avere più persone intorno a me?”
Potrebbe essere un’altra:
“In quali relazioni riesco davvero a sentirmi connesso?”
E forse anche:
“Quanto riesco a farmi vedere per quello che sono, quando sono con gli altri?”
Perché non sempre abbiamo bisogno di più relazioni.
A volte abbiamo bisogno di relazioni nelle quali poter essere autentici, vulnerabili e reciprocamente presenti.
Sentirsi connessi non significa semplicemente avere qualcuno accanto.
Significa poter essere realmente presenti nella relazione, senza dover continuamente nascondere, controllare o difendere una parte di sé.
E forse è proprio da qui che possiamo iniziare a chiederci che cosa rende una relazione davvero autentica.
Perché, alla fine, non è soltanto la presenza degli altri a proteggerci dalla solitudine. È la possibilità di sentirci davvero in relazione con loro.
